Ho visto Elzéard Bouffier per l’ultima volta nel giugno del 1945. Aveva ottantasette anni. Avevo ripreso la strada del deserto ma adesso, nonostante la rovina in cui la guerra aveva lasciato il paese, c’era una corriera che faceva servizio tra la valle della Durance e la montagna. Misi sul conto di quel mezzo di trasporto relativamente rapido il fatto che non riconoscessi più i luoghi delle mie prime passeggiate. Mi parve anche che l’itinerario mi facesse passare in posti nuovi. Ebbi bisogno del nome di un villaggio per concludere che invece mi trovavo proprio in quella zona un tempo in rovina e desolata. La corriera mi portò a Vergons. Nel 1913 quella frazione di una dozzina di case contava tre abitanti. Erano dei selvaggi, si odiavano, vivevano di caccia con le trappole; più o meno erano nello stato fisico e morale degli uomini preistorici. Le ortiche divoravano attorno a loro le case abbandonate. La loro condizione era senza speranza. Non avevano altro da fare che attendere la morte: situazione che non dispone alla virtù. Ora tutto era cambiato. L’aria stessa. Invece delle bufere secche e brutali che mi avevano accolto un tempo, soffiava una brezza docile carica di odori. Un rumore simile a quello dell’acqua veniva dalla cima delle montagne: era il vento nella foresta. Infine, cosa più sorprendente, udii il vero rumore dell’acqua scrosciante in una vasca. Vidi che avevano costruito una fontana; l’acqua vi era abbondante e, ciò che soprattutto mi commosse, vidi che vicino ad essa avevano piantato un tiglio di forse quattro anni, già rigoglioso, simbolo incontestabile di una resurrezione. In generale Vergons portava i segni di un lavoro per la cui impresa era necessaria la speranza. La speranza era dunque tornata. Avevano sgomberato le rovine, abbattuto i muri crollati e ricostruito cinque case. La frazione contava ormai diciotto abitanti, tra cui quattro giovani famiglie. Le case nuove, intonacate di fresco, erano circondate da orti in cui crescevano, mescolati ma allineati, verdure e fiori, cavoli e rose, porri e bocche di leone, sedani e anemoni. Era ormai un posto dove si aveva voglia di abitare. Da lì proseguii a piedi. La guerra da cui eravamo appena usciti non aveva consentito il rifiorire completo della vita, ma Lazzaro era ormai uscito dalla tomba. Sulle pendici più basse della montagna, vedevo i campicelli di orzo e segale in erba; in fondo alle strette vallate, qualche prateria verdeggiava. Sono bastati gli otto anni che ci separano da quell’epoca perché tutta la zona risplenda di salute e felicità. Dove nel 1913 avevo visto solo rovine sorgono ora fattorie pulite, ben intonacate, che denotano una vita lieta e comoda. Le vecchie fonti, alimentate dalle piogge e le nevi che la foresta ritiene, hanno ripreso a scorrere. Le acque sono state canalizzate. A lato di ogni fattoria, in mezzo a boschetti di aceri, le vasche delle fontane lasciano debordare l’acqua su tappeti di menta. I villaggi si sono ricostruiti a poco a poco. Una popolazione venuta dalle pianure, dove la terra costa cara, si è stabilita qui, portando gioventù, movimento, spirito d’avventura. S’incontrano per le strade uomini e donne ben nutriti, ragazzi e ragazze che sanno ridere e hanno ripreso il gusto per le feste campestri. Se si conta la vecchia popolazione, irriconoscibile da quando vive nell’armonia, e i nuovi venuti, più di diecimila persone devono la loro felicità a Elzéard Bouffier. Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole. Ma, se metto in conto quanto c’è voluto i costanza nella grandezza d’animo e d’accanimento nella generosità per ottenere questo risultato, l’anima mi si riempie d’un enorme rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un’opera degna di Dio. Elzéard Bouffier è morto serenamente nel 1947, all’ospizio di Banon.

Jean Giono L’uomo che piantava gli alberi

ho un\’immagine che mi accompagna in tutto questo tempo..
una diga..la nostra diga..
mi vedo appeso..si è aperta una crepa e perde acqua..e bisogna tapparla in qualche modo..
sono lassù a bloccarla con una mano..si apre un \’altra crepa..ora mano sinistra..
vedo
Annarita al mio fianco..appesa con una forza incredibile e tappa anche
lei, e piuttosto bene..anche Viola, piccola e fragile, ma
determinata..Graziano me lo vedo anche lui, sorridente e ignaro, ma
prezioso..e Luvi, il grande valoroso titanico e immenso Luvi..che di
fatto sorregge tutto..
poi mamma Rosa e mamma Annetta..altro che
vecchie..sono lì toste e \’ncapunite che non demordono e sanno davvero
cme riparare le crepe..lo fanno da sempre..
Questo è un muro che non può crollare..
papà Luigi e papà Vito soffiano da sotto..per non farci cadere..
poi
i fratelli, le sorelle, e rispettivi amori, i nipoti..bellissimi e
perfetti..tutti appesi..senza indugi..e guardo ancora intorno..Paolo e
la sua gente..Alex..
gli amici..i ragazzi della comunità..forti più
che mai..l\’ambarabà…qualcuno addirittura con l\’attrezzatura di
alpinista..diavoli, hanno mille risorse..i bimbi..i ragazzi..sono
tanti..tutti lì
dio mio.. pensavo che la diga fosse solo mia, della
nostra famiglia..che fosse piccola, invece è enorme, grandissima..su
quella diga ci siamo appesi tutti..ognuno con le proprie storie, le
proprie crepe..
i bimbi del reparto..le madri e i padri..i medici..
quel
muro non può crollare..non ora..almeno fino a quando non si è sicuri
che gli argini reggeranno e guideranno le acque nel mare della
serenità..della salvezza..
ma ora no..quel muro resterà lì..perchè ognuno di noi deve riparare le proprie crepe..
chi cederà anticiperà il crollo..gli argini non saranno pronti..e tutti andremo alla deriva..
invece è necessario resistere fino al giusto tempo..fino alla salvezza di tutti..comunque insieme..

grazie di tutto

con amore..

per Viola, Luvi, Graziano,
per Annarita e Roberto,

roberto

 ascolta SUDIARI LIVE 

GRAZIE A:
Grazia Manni e A.N.F.A.A (Associazione Nazionale Famiglie Affidatarie e Adottive Lecce) Luigi Russo e tutti gli amici del Centro Educativo Ambarabà Carmiano, Prof. Antonio Scandone, Paola Scalpello.
Un ringraziamento particolare è rivolto a Simone, AnnaRita, Annamaria, Daniele, Alessandro, Matteo, Marco, Anthony, Marianna, Gabriele, Stefano per il magico momento teatrale ispirato a “L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono, per la preziosa collaborazione, per la pacificazione che Sudiari ha tentato di realizzare.

 

“Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole. Ma, se metto in conto quanto c´è voluto di costanza nella grandezza d´animo e d´accanimento nella generosità per ottenere questo risultato, l´anima mi si riempie d´un enorme rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un´opera degna di Dio.”
Da “L´uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono

13 Giu 2009 | 1 comment »


sudiari..
 
 
Mi colse di sorpresa la novità della guerriglia partigiana, del modo di procedere:
imboscate, assalti, spietate aggressioni, pugnalate alla schiena e tradimenti senza scrupoli.
Pregavo e ricorrevo sovente al mio “ABITINO”, ma il coraggio che pur mi veniva durava poco.
Di fatto gli episodi tragici si verificavano sistematicamente.
Si sparava e si moriva, si combatteva e si uccideva atrocemente, senza tregua.
La nonna mi consegnò un “ABITINO”, un collare di stoffa pieno di magliette e immaginine della Madonna e dei Santi.
“Tienilo sempre con te”, mi raccomandò severa, “ricorri fiducioso alla sua protezione, è il TOCCASANA DELL’ANIMA E DEL CORPO, abbi fede e và tranquillo”, completò.
Mantenni la promessa e, devo dirlo, la protezione e l’aiuto non mi fù mai negato poiché di pericoli dovevo affrontarne tanti ed il ricorrervi mi fù più che prezioso.
 
 
All’alba del 17 aprile ‘43, sabato delle Palme, formammo una pattuglia di ventuno militari, carabinieri e G.A.F.; dovevamo fare il solito prelevamento. Gli agguati e le aggressioni erano sempre possibili.
Anche qua gli attacchi erano sempre prevedibili. Ormai non si contavano più. Si sparava sempre all’impazzata; gli ospedali ospitavano solo feriti di guerra. I cimiteri accoglievano le spoglie mortali di giovani vite uccise barbaramente. Dominava l’orrore e il terrore.
 
Appena imboccata la curva a gomito del tortuoso sentiero, e a circa cinquecento metri dalla caserma, mentre si procedeva spensierati, ignari, canticchiando gaiamente, lungi da ogni minimo sospetto, in pochi attimi ci ritrovammo addosso un immenso fuoco concentrico, nel fragore di simultanei scoppi di più armi micidiali, in una nuvola di fiamme e fumo.
Un vero e proprio inferno.
 
Istintivamente cercammo di reagire, ma invano. Ci ritrovammo crivellati di colpi. Diciassette i morti. I quattro superstiti feriti e sgomenti.
Io il meno grave. 
Mi ritrovai con una gamba fratturata, contusioni multiple.
Fui proiettato in un burrone, rotolando fra cespugli e rocce, quasi flagellato, ma col mio “abitino” stretto fortemente al cuore.
Era un incubo? Un  brutto sogno?
No invece, era un’amara realtà.
 
Giunsero i primi soccorsi, fui tirato faticosamente fuori da quel groviglio di rami, spine e pietrame.
 
 
Trascorrevano così i lunghi giorni, quasi interminabili. Tutto quel tempo, quasi un lungo sogno…
Rivivevo le gioie e le bellezze di un tempo vissute spensieratamente.
Fantasticavo in un piacevole dormiveglia.
Sognavo ad occhi aperti, gustando i ricordi senza voglia di pensare ad altro.
Non avevo altra premura, non avevo fretta.
 
 
L’Italia ha chiesto l’armistizio… comunicò la radio l’8 settembre.
Nessuno si meravigliò.
Nessuna istruzione sul come comportarci.
Noi considerati nemici, scomodi e ingombranti da tutti.
Ci rimaneva solo il tentativo di salvare la vita.
Ormai la dignità di uomini, di soldati e di italiani era compromessa.
Eravamo allo sbando, alla deriva. Non osavamo muoverci.
 
NOI ANNULLATI, CALPESTATI E DERISI
 
Fui privato di tutto, persino del mio ABITINO. Mi rimase però ben impresso nel cuore, nel toglierlo, (chissà per che cosa fu scambiato) mi fù consentito di baciarlo lungamente.
E’ come se lo avessi meglio incorporato a me in eterno.
Eravamo allo sbandamento.
 
Eravamo una moltitudine di straccioni, segnati dalle tante paure, fatiche, e umiliazioni. Ridotti allo sbaraglio dall’avversa sorte.
Ma con un unico anelito di speranza, unico bagliore sprizzante negli occhi, quello di tornare in famiglia, abbracciare i propri cari.
Eravamo stanchissimi, la pelle arsa dal cocente sole di quel settembre, i piedi sanguinanti, ma decisissimi a proseguire a costo di morire per strada.
 
Superammo il fronte senza saperlo.
Un ennesimo miracolo ci faceva ritrovare in zona libera.
Respiravamo a pieni polmoni aria di libertà e di terra natia.
Ora sfilavano le nostre campagne con i bei vigneti, uliveti.
 
Il cuore batteva forte più del solito per l’emozione e per la commozione
Lo spettacolo che quell’alba offriva all’orizzonte di quella nostra terra tanto anelata, era splendido.
Fra qualche minuto solo saremmo stati a casa abbracciati ai nostri cari, la “TERRA PROMESSA”.
 
Luigi Simmini, classe 1922
 
Uomini e donne.
Semplici, veri, con il cuore colmo di generosità,
con un pazza voglia di aggrapparsi alla vita.
Uomini e donne coraggiosi che hanno dovuto difendersi da tutto e da tutti,
Una generazione di eroi, di martiri, loro malgrado,
Una generazione, poi, di padri.
I nostri padri fortunati scampati alla morte,
i nostri padri che hanno ricominciato, ricostruito.
I nostri padri che non hanno dimenticato
I nostri padri che hanno amato intensamente la propria terra, i propri simili, che si sono aggrappati alla propria storia, alla fede, alle tradizioni dei padri e delle madri,
come un piccolo “abito” cucito addosso, pelle indossata che poi si è fusa con il corpo.
I nostri padri, tenaci e pazienti, poeti cantori della vita, memorie del mondo.
 
Una generazione, poi, di figli.
Eredi inconsapevoli, quasi casuali, di una storia straordinaria, unica e irripetibile.
Figli che spesso dimenticano, che alzano le braccia al cielo in segno di resa prima ancora di aver tentato una lotta. Figli distratti, ma incolpevoli, semplicemente impauriti dalle nuove sfide, increduli, disorientati.
Figli che devono ricordare e non smarrirsi.
Una nuova generazione di padri e madri, quindi, con le braccia alzate al cielo non per arrendersi, ma per invocare forza e meritare, un giorno, onore dai propri figli.
 
 
Saremo madri e
Puttane dei cesti
Con la saliva che
Ovatta le meningi
E la seta rinchiusa
Nel dirsi addio;
 
saremo padri e
infanticidi con
i saluti di pietra
nelle tasche dei
sementi bucati;
 
saremo figli
e abitanti sterili
del paese delle viti…
vino di aria…
bere.. e .. dividere
in parti diseguali.
 
A sud di uno scoglio di mosto,
le rive dei vignaioli maggioritari
costeggiano i tralci dei grappoli morti di sole;
un urlo di femmina sforbicia
il canestro degli sguardi pelosi
di un cumulo di lombrichi
ed i trattori s’inzaccherano di fango
con tini di uva e melma che s’affiorano
dalle sponde dei carrelli di ferro carminio.
“Avremo vino anche l’anno prossimo”
disse il fattore sfrecciando con
la sua croma blu tra i grembiuli della terra
e tra i piedi degli uomini con chili di lacrime
sulla spalla destra.
“Avremo vino anche l’anno prossimo”
gridammo insieme noi, ciechi soldati
dei grappoli di mare,armata nera di salariati di cacio
appesi ad uno scirocco sfatto di polvere e merit da cento.
 
  
“Avremo vino anche l’anno prossimo” annuimmo in coro;
e a S.Martino solleveremo gli occhi sulle bottiglie acerbe e piangeremo dei nostri inutili assassini, dei persecutori della pace finta, dei pochi soldi tenuti nelle tasche.
Ma avremo ancora vino e, fintanto berremo, l’aria sembrerà diversa.
 
 
Il Territorio
 
Terra di terra, zona di radici e luogo di ritorni.
Questo era il territorio.
Intorno non c’era un paesaggio ricco di bellezza;
nessun particolare attraeva lo sguardo che arrivava senza alcun ostacolo dritto all’orizzonte; era, più che in senso, piatto il territorio.
L’unico stupore che lo riguardava era quello che avrebbe provato chi si fosse trovato ad ascoltare qualcuno che ne parlava.
D’altra parte, come per ogni argomento apparentemente insignificante, trovare qualcosa da dire sul territorio, non era uno sforzo da poco.
Proprio per questo bello sarebbe stato, ad esempio, cogliere un significato nascosto, scoprire un dettaglio trascurato che avrebbe potuto dare al territorio un nuovo aspetto.
S’intende, la trasformazione non sarebbe avvenuta fisicamente: la si sarebbe vista negli occhi della gente, di quella che tornava, magari.
Sì, perché di partenze dal territorio ce n’erano state tante  e ancora ce ne sarebbero state; ma in fondo era un luogo di ritorni.
Una era la strada di partenza, tante, invece, quelle dei ritorni.
Era un capolinea di avventure da li cominciate ma altrove vissute, un risveglio da sogni sognati in altri sonni, un solido muro sul quale le proprie conquiste si frantumavano con rabbia.
E comunque rimaneva un luogo di ritorni.
E radici probabilmente.
Infatti, come per un albero, per quanto il tronco si innalzi al cielo, per quanto numerose possano essere le direzioni prese dai rami, per quanto bello possa sembrare coi suoi fiori, foglie e frutti, sono sempre le radici la chiave, perché sono a contatto con ciò che è più importante ma inesorabili aggirano e attraversano non viste ostacoli ostinati, si nutrono dell’essenziale ma danno potenza e bellezza, così per chi si stupiva e si chiedeva : “Perché parlarne?”, il territorio, il territorio diventa bello di semplicità e con qualche significato in più.
Come ogni altro luogo del resto: ogni posto diventa il ritorno per qualcuno, non più vuoto di ricordi.
 
Nota. Per una coincidenza, piuttosto che scrivere queste righe, avrei potuto  descrivere e commentare lo stemma di Salice, che raffigura, per quanto ne so, l’unico albero i cui rami tendono verso le proprie radici.
ll Territorio era sempre stato una zona di passaggio.
Perfino chi ci nasceva, per circostanza, si riduceva ad aspettare
la partenza che sarebbe senz’altro avvenuta di lì a poco.
Ma non era così proprio per tutti. I vecchi, per esempio, loro rimanevano;
forse erano partiti e addirittura tornati: erano stanchi. (Già qui c’era qualcosa di strano: non si capiva
se rimanessero perchè stanchi o fossero stanchi perchè rimanevano).
Alcuni erano partiti da giovani ed erano addirittura tornati da vecchi;
altri erano sempre stati lì, vecchi; gli uni e gli altri, comunque dicevano di essere stanchi.
Ora, nel Territorio, la stanchezza era una condizione particolare, rispettata e desiderata,
insomma non era da tutti. I giovani, infatti, non potevano permettersi il lusso di essere stanchi:
loro dovevano partire.
   
Il Territorio era una zona inospitale: venti forti spazzavano costantemente quella zona grottesca:
radici di ogni tipo affioravano da acque stagnanti.
Erano radici particolari perchè erano solo radici: non c’era niente che partiva da loro verso l’alto;
insomma erano radici senza tronchi, quindi senza frutti,
qualunque fossero gli alberi che avrebbero dovuto esserci, non c’erano.
 
Sandro Rizzo, classe 1968, marzo 2002
 

13 Giu 2009 | no comments »


SUDIARI

1 _ il nuovo sole

(è il brano di apertura con il testo di scandone, mi sembra bello cominciare con quest’immagine..scandone conclude con la primavera che permette alla natura di offrire doni)

2 _ il collare dei segni

(è l’inizio del diario di mio padre, mi piace l’idea di riferirmi all’abitino regalatogli dalla nonna, un collare di stoffa con le icone)

3 _ le fiamme e il fumo

(è l’agguato)

4 _ quasi un lungo sogno

(è il momento della salvezza, la convalescenza, la mente che si appresta a rivivere e aiutare il corpo)

5 _ scomodi e derisi

(è lo sbandamento)

6 _ l’alba all’orizzonte

(il ritorno a casa, questi straccioni che decidono di ritornare..sembra una contraddizione, ma un’alba all’orizzonte è l’inizio dopo una fine)

7 _ un ennesimo miracolo

superarono il fronte senza saperlo…)

8 _ eredi inconsapevoli

(donne e uomini)

9 _ a sud di uno scoglio

(avremo ancora vino…)

10 _ il territorio

(è sandro…)

11 _ solo radici

(she is a bigger life) (mi piace l’idea che il brano con lo pseudoinglese di tonia possa sottolineare la 2° parte di sandro..gli appunti..durissimo e comunque delicato nel chiarire il territorio..solo radici, quindi..senza tronchi..frutti..)

12 _ il tempo per piantare

(è l’ultimo brano..dove tonia distribuisce la terra e i messaggi..è anche un riferimento al qohelet, che i ragazzi dell’ambarabà hanno recitato quella sera..è un riferimento inoltre anche a “l’uomo che piantava gli alberi” che ha ispirato simone per tutta la performance..insomma le radici possono ricominciare…)

04 Dic 2008 | no comments »


SIMONE FRANCO e il tempo per piantare

01 Ago 2008 | no comments »

L’incontro con Simone è stato casuale. Ci è stato presentato da Luigi dell’Ambarabà, e d’un tratto i significati che con SUDIARI volevamo accogliere e approfondire si sono estesi e completati. Ha preso in mano i bellissimi ragazzi dell’Ambarabà, e si lasciato guidare dalle loro suggestioni, euforie, paure.

A lui e ai ragazzi abbiamo affidato la pacificazione che Sudiari persegue. Il 21 giugno è successo questo. Con lui si è colto il momento per comprendere che : è tempo per piantare

Poi Simone ha letto per e con noi, in diverse sere..a Torcito, a Melpignano alla notte bianca..e chissà..

grazie simone..bravissimo attore, paziente e generoso amico..

http://www.musicaos.it/diario/mulino.htm

torcito, 29 giugno 2008

il concerto alla Masseria Torcito a Solidaria, fiera delle economie solidali, grazie a Marcello.

le foto…

http://www.bysam.it/territorio/salentosottolestelle/Torcito_salentonegroamaro08_violle/index.html

22 Lug 2008 | no comments »


SUDIARI E’ ORA UN CD LIVE..

In modo assolutamente autoprodotto, autopromosso le atmosfere create sono state documentate attraverso un CD-DVD-LIBRO che racconta un concerto che organizzato in un villino di campagna, sede del Centro Educativo Diurno “Ambarabà” di Carmiano che si occupa di ragazzi con difficoltà.

In quell’occasione è stato presentato SUDIARI, che racconta il tentativo di una generazione di pacificarsi con se stessa, con la propria storia, con la propria terra.

Ed è proprio allora che abbiamo affidato la PACIFICAZIONE ai ragazzi, proprio coloro che stranamente sono di fatto “senza terra”, o quantomeno
protesi alla sua forsennata ricerca.

I ragazzi hanno suggellato SUDIARI con uno spettacolo coordinato da un bravissimo attore salentino, SIMONE FRANCO, che ha tirato fuori con amore e pazienza le emozioni più belle, le più semplici e quindi le più potenti possibili..

Spesso i VIOLLE sono onorati della partecipazione di ANDREA SABATINO con la sua tromba, artista vero, jazzista raffinatissimo, figlio di questa terra, voce delicatissima ma anche imponente di un sud che si nutre di Bellezza.

Quel momento è stato documentato, certo con mezzi poveri, ma sufficientemente fedeli alle intenzioni, rendono l’idea, quindi, e sarà divulgato.

SUDIARI

13 Lug 2008 | no comments »

SUDIARI è un progetto di narrazione musicale a cura di VIOLLE, una formazione nuova ma con un solido bagaglio di esperienze e di presenza nel panorama salentino degli ultimi anni.
“Sudiari” è il diario di un sud molto poco narrato, ma reale, affaticato e stanco, ma attento e deciso a risollevarsi, intanto scavandosi dentro, alla ricerca di una identificazione esistenziale, di una pacificazione con un territorio spesso duro e incapace di riuscire a trattenere a sé i propri figli.
Le narrazioni sono tratte da un libro “DIARI DI GUERRA”, di Luigi Simmini e Antonio Scandone, due salentini che raccontano le rocambolesche vicende vissute durante la seconda guerra mondiale, fino ai ritorni a casa fortemente voluti e desiderati.

testi:
-Luigi Simmini e Giuseppe Scandone dal libro “Diari di guerra, Salice Salentino nella Resistenza”, 2007
-Roberto Simmini – “sudiari”, 2007
-Andrea D’Agostino – “a sud di uno scoglio”, 2005
-Sandro Rizzo – “Il territorio”, 2002

musiche a cura di violle:
mauro ingrosso (chitarra elettro-acustica),

roberto simmini (chitarra elettrica),

dino potì (chitarra elettrica),

andrea d’agostino (basso),

paola scalpello (tastiere),
antonio ingrosso (batteria),

tonia de vincentis (voci).

voci narranti:
guido imperio, roberto simmini, andrea d’agostino, marisa rizzo, sonia scalinci
presentazione a cura di: prof. antonio scandone
video: franco livera
ospiti speciali:

andrea sabatino – www.andreasabatino.com
simone franco e i ragazzi dell’Ambarabà

DIARI DI GUERRA

13 Lug 2008 | no comments »

“DIARI DI GUERRA” è un libro pubblicato a cura dell’Istituto Comprensivo Statale di Salice Salentino (LE), in particolare dagli alunni della scuola media “Dante Alighieri” e sostenuta dal Comune di Salice Salentino e dalla Provincia di Lecce, che raccoglie i diari di guerra scritti da due cittadini di Salice, Luigi Simmini e Giuseppe Scandone.
Questa iniziativa permette anzitutto di accedere alla conoscenza di vicende storiche che in qualche modo hanno avuto poche e sfuggenti possibilità di essere divulgate e approfondite.
Si tratta di offrire un punto di vista in qualche modo inedito di come la nostra gente, i nostri padri hanno vissuto e subito le tristi e inquietanti situazioni verificatosi 60 anni fa, durante la Seconda Guerra Mondiale.
Le vicende dei protagonisti rivelano tutta l’assurdità delle situazioni che moltissimi nostri connazionali hanno dovuto subire. Ma i diari allo stesso tempo narrano i ritorni a casa, fortemente desiderati, rocamboleschi ma riusciti.
In questo percorso si è reso necessario soffermarsi quindi anche su noi stessi, figli di quei padri, delle loro partenze e dei loro ritorni, per non dimenticare e acquisire una nuova consapevolezza, un nuovo rapporto con il nostro territorio e la nostra gente.
Da questa constatazione nasce l’esigenza di esprimere meglio in qualche modo il tentativo di ricercare una “pacificazione” con la propria realtà.

Il libro “DIARI DI GUERRA – Salice Salentino nella Resistenza” è stato curato dal Prof. Mario Proto, docente di Storia delle dottrine politiche e Sociologia generale nell’Università del Salento.
E’ stato pubblicato da LARES EDIZIONI, all’interno di “Percorsi”, collana editoriale di attualità e ricerche.