sudiari..
 
 
Mi colse di sorpresa la novità della guerriglia partigiana, del modo di procedere:
imboscate, assalti, spietate aggressioni, pugnalate alla schiena e tradimenti senza scrupoli.
Pregavo e ricorrevo sovente al mio “ABITINO”, ma il coraggio che pur mi veniva durava poco.
Di fatto gli episodi tragici si verificavano sistematicamente.
Si sparava e si moriva, si combatteva e si uccideva atrocemente, senza tregua.
La nonna mi consegnò un “ABITINO”, un collare di stoffa pieno di magliette e immaginine della Madonna e dei Santi.
“Tienilo sempre con te”, mi raccomandò severa, “ricorri fiducioso alla sua protezione, è il TOCCASANA DELL’ANIMA E DEL CORPO, abbi fede e và tranquillo”, completò.
Mantenni la promessa e, devo dirlo, la protezione e l’aiuto non mi fù mai negato poiché di pericoli dovevo affrontarne tanti ed il ricorrervi mi fù più che prezioso.
 
 
All’alba del 17 aprile ‘43, sabato delle Palme, formammo una pattuglia di ventuno militari, carabinieri e G.A.F.; dovevamo fare il solito prelevamento. Gli agguati e le aggressioni erano sempre possibili.
Anche qua gli attacchi erano sempre prevedibili. Ormai non si contavano più. Si sparava sempre all’impazzata; gli ospedali ospitavano solo feriti di guerra. I cimiteri accoglievano le spoglie mortali di giovani vite uccise barbaramente. Dominava l’orrore e il terrore.
 
Appena imboccata la curva a gomito del tortuoso sentiero, e a circa cinquecento metri dalla caserma, mentre si procedeva spensierati, ignari, canticchiando gaiamente, lungi da ogni minimo sospetto, in pochi attimi ci ritrovammo addosso un immenso fuoco concentrico, nel fragore di simultanei scoppi di più armi micidiali, in una nuvola di fiamme e fumo.
Un vero e proprio inferno.
 
Istintivamente cercammo di reagire, ma invano. Ci ritrovammo crivellati di colpi. Diciassette i morti. I quattro superstiti feriti e sgomenti.
Io il meno grave. 
Mi ritrovai con una gamba fratturata, contusioni multiple.
Fui proiettato in un burrone, rotolando fra cespugli e rocce, quasi flagellato, ma col mio “abitino” stretto fortemente al cuore.
Era un incubo? Un  brutto sogno?
No invece, era un’amara realtà.
 
Giunsero i primi soccorsi, fui tirato faticosamente fuori da quel groviglio di rami, spine e pietrame.
 
 
Trascorrevano così i lunghi giorni, quasi interminabili. Tutto quel tempo, quasi un lungo sogno…
Rivivevo le gioie e le bellezze di un tempo vissute spensieratamente.
Fantasticavo in un piacevole dormiveglia.
Sognavo ad occhi aperti, gustando i ricordi senza voglia di pensare ad altro.
Non avevo altra premura, non avevo fretta.
 
 
L’Italia ha chiesto l’armistizio… comunicò la radio l’8 settembre.
Nessuno si meravigliò.
Nessuna istruzione sul come comportarci.
Noi considerati nemici, scomodi e ingombranti da tutti.
Ci rimaneva solo il tentativo di salvare la vita.
Ormai la dignità di uomini, di soldati e di italiani era compromessa.
Eravamo allo sbando, alla deriva. Non osavamo muoverci.
 
NOI ANNULLATI, CALPESTATI E DERISI
 
Fui privato di tutto, persino del mio ABITINO. Mi rimase però ben impresso nel cuore, nel toglierlo, (chissà per che cosa fu scambiato) mi fù consentito di baciarlo lungamente.
E’ come se lo avessi meglio incorporato a me in eterno.
Eravamo allo sbandamento.
 
Eravamo una moltitudine di straccioni, segnati dalle tante paure, fatiche, e umiliazioni. Ridotti allo sbaraglio dall’avversa sorte.
Ma con un unico anelito di speranza, unico bagliore sprizzante negli occhi, quello di tornare in famiglia, abbracciare i propri cari.
Eravamo stanchissimi, la pelle arsa dal cocente sole di quel settembre, i piedi sanguinanti, ma decisissimi a proseguire a costo di morire per strada.
 
Superammo il fronte senza saperlo.
Un ennesimo miracolo ci faceva ritrovare in zona libera.
Respiravamo a pieni polmoni aria di libertà e di terra natia.
Ora sfilavano le nostre campagne con i bei vigneti, uliveti.
 
Il cuore batteva forte più del solito per l’emozione e per la commozione
Lo spettacolo che quell’alba offriva all’orizzonte di quella nostra terra tanto anelata, era splendido.
Fra qualche minuto solo saremmo stati a casa abbracciati ai nostri cari, la “TERRA PROMESSA”.
 
Luigi Simmini, classe 1922
 
Uomini e donne.
Semplici, veri, con il cuore colmo di generosità,
con un pazza voglia di aggrapparsi alla vita.
Uomini e donne coraggiosi che hanno dovuto difendersi da tutto e da tutti,
Una generazione di eroi, di martiri, loro malgrado,
Una generazione, poi, di padri.
I nostri padri fortunati scampati alla morte,
i nostri padri che hanno ricominciato, ricostruito.
I nostri padri che non hanno dimenticato
I nostri padri che hanno amato intensamente la propria terra, i propri simili, che si sono aggrappati alla propria storia, alla fede, alle tradizioni dei padri e delle madri,
come un piccolo “abito” cucito addosso, pelle indossata che poi si è fusa con il corpo.
I nostri padri, tenaci e pazienti, poeti cantori della vita, memorie del mondo.
 
Una generazione, poi, di figli.
Eredi inconsapevoli, quasi casuali, di una storia straordinaria, unica e irripetibile.
Figli che spesso dimenticano, che alzano le braccia al cielo in segno di resa prima ancora di aver tentato una lotta. Figli distratti, ma incolpevoli, semplicemente impauriti dalle nuove sfide, increduli, disorientati.
Figli che devono ricordare e non smarrirsi.
Una nuova generazione di padri e madri, quindi, con le braccia alzate al cielo non per arrendersi, ma per invocare forza e meritare, un giorno, onore dai propri figli.
 
 
Saremo madri e
Puttane dei cesti
Con la saliva che
Ovatta le meningi
E la seta rinchiusa
Nel dirsi addio;
 
saremo padri e
infanticidi con
i saluti di pietra
nelle tasche dei
sementi bucati;
 
saremo figli
e abitanti sterili
del paese delle viti…
vino di aria…
bere.. e .. dividere
in parti diseguali.
 
A sud di uno scoglio di mosto,
le rive dei vignaioli maggioritari
costeggiano i tralci dei grappoli morti di sole;
un urlo di femmina sforbicia
il canestro degli sguardi pelosi
di un cumulo di lombrichi
ed i trattori s’inzaccherano di fango
con tini di uva e melma che s’affiorano
dalle sponde dei carrelli di ferro carminio.
“Avremo vino anche l’anno prossimo”
disse il fattore sfrecciando con
la sua croma blu tra i grembiuli della terra
e tra i piedi degli uomini con chili di lacrime
sulla spalla destra.
“Avremo vino anche l’anno prossimo”
gridammo insieme noi, ciechi soldati
dei grappoli di mare,armata nera di salariati di cacio
appesi ad uno scirocco sfatto di polvere e merit da cento.
 
  
“Avremo vino anche l’anno prossimo” annuimmo in coro;
e a S.Martino solleveremo gli occhi sulle bottiglie acerbe e piangeremo dei nostri inutili assassini, dei persecutori della pace finta, dei pochi soldi tenuti nelle tasche.
Ma avremo ancora vino e, fintanto berremo, l’aria sembrerà diversa.
 
 
Il Territorio
 
Terra di terra, zona di radici e luogo di ritorni.
Questo era il territorio.
Intorno non c’era un paesaggio ricco di bellezza;
nessun particolare attraeva lo sguardo che arrivava senza alcun ostacolo dritto all’orizzonte; era, più che in senso, piatto il territorio.
L’unico stupore che lo riguardava era quello che avrebbe provato chi si fosse trovato ad ascoltare qualcuno che ne parlava.
D’altra parte, come per ogni argomento apparentemente insignificante, trovare qualcosa da dire sul territorio, non era uno sforzo da poco.
Proprio per questo bello sarebbe stato, ad esempio, cogliere un significato nascosto, scoprire un dettaglio trascurato che avrebbe potuto dare al territorio un nuovo aspetto.
S’intende, la trasformazione non sarebbe avvenuta fisicamente: la si sarebbe vista negli occhi della gente, di quella che tornava, magari.
Sì, perché di partenze dal territorio ce n’erano state tante  e ancora ce ne sarebbero state; ma in fondo era un luogo di ritorni.
Una era la strada di partenza, tante, invece, quelle dei ritorni.
Era un capolinea di avventure da li cominciate ma altrove vissute, un risveglio da sogni sognati in altri sonni, un solido muro sul quale le proprie conquiste si frantumavano con rabbia.
E comunque rimaneva un luogo di ritorni.
E radici probabilmente.
Infatti, come per un albero, per quanto il tronco si innalzi al cielo, per quanto numerose possano essere le direzioni prese dai rami, per quanto bello possa sembrare coi suoi fiori, foglie e frutti, sono sempre le radici la chiave, perché sono a contatto con ciò che è più importante ma inesorabili aggirano e attraversano non viste ostacoli ostinati, si nutrono dell’essenziale ma danno potenza e bellezza, così per chi si stupiva e si chiedeva : “Perché parlarne?”, il territorio, il territorio diventa bello di semplicità e con qualche significato in più.
Come ogni altro luogo del resto: ogni posto diventa il ritorno per qualcuno, non più vuoto di ricordi.
 
Nota. Per una coincidenza, piuttosto che scrivere queste righe, avrei potuto  descrivere e commentare lo stemma di Salice, che raffigura, per quanto ne so, l’unico albero i cui rami tendono verso le proprie radici.
ll Territorio era sempre stato una zona di passaggio.
Perfino chi ci nasceva, per circostanza, si riduceva ad aspettare
la partenza che sarebbe senz’altro avvenuta di lì a poco.
Ma non era così proprio per tutti. I vecchi, per esempio, loro rimanevano;
forse erano partiti e addirittura tornati: erano stanchi. (Già qui c’era qualcosa di strano: non si capiva
se rimanessero perchè stanchi o fossero stanchi perchè rimanevano).
Alcuni erano partiti da giovani ed erano addirittura tornati da vecchi;
altri erano sempre stati lì, vecchi; gli uni e gli altri, comunque dicevano di essere stanchi.
Ora, nel Territorio, la stanchezza era una condizione particolare, rispettata e desiderata,
insomma non era da tutti. I giovani, infatti, non potevano permettersi il lusso di essere stanchi:
loro dovevano partire.
   
Il Territorio era una zona inospitale: venti forti spazzavano costantemente quella zona grottesca:
radici di ogni tipo affioravano da acque stagnanti.
Erano radici particolari perchè erano solo radici: non c’era niente che partiva da loro verso l’alto;
insomma erano radici senza tronchi, quindi senza frutti,
qualunque fossero gli alberi che avrebbero dovuto esserci, non c’erano.
 
Sandro Rizzo, classe 1968, marzo 2002
 

13 Giu 2009


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